Diario
Memorie di un clandestino
Il mio viaggio è cominciato quasi una settimana fa. Sono partito da una terra calda e poco ospitale, a bordo di una vecchia auto disel. Con me pochi vestiti caldi, qualche decina di euro, i documenti. Un sole infernale scalda la lamiera della macchina, ferma nel traffico sulla via dell’aeroporto. Un cumulo di immondizia fa da fast food per due cani che sembrano il bue e l’asinello del presepe per come stanno inarcati a scavare tra le buste. Una casba, ecco cos’è il posto da cui vengo. Finalmente arriviamo in aeroporto. Un saluto veloce al mio legale traghettatore e ci sono. Code, file, perquisizioni. Ancora un poco di attesa e tutto il resto è sotto al mio culo. Vorrei sputare dal finestrino ma purtroppo, o fortunatamente, non posso. Mi sento così ogni volta che lascio l’Italia. E ogni volta mi dico che dovrei smetterla di tornare. E’ facile trovare un lavoro fuori. Si, ma il resto? Non scappo da nessuna guerra civile, non sono ricercato, non patisco fame e stenti. La mia esistenza mediocremente borghese è allietata da ottimi amici, uno stipendio un po’ più alto del normale ed una famiglia che non mi fa mancare niente chiedendo in cambio poco o nulla. Il problema è il contorno. Vorrei poter portare tutto con me in un posto dove le cose funzionano sul serio. Dove puoi andare a lavorare con l’autobus, dove per fare 60km in macchina non sei fermato da quattro riduzioni di carreggiata messe lì da tecnici incompetenti che comandano di tagliare le piante in ora di punta in un tratto autostradale frequentato quanto piazza San Pietro durante l’Angelus del Papa. Vorrei vivere in un posto dove gli autisti degli autobus ti salutano quando sali e ti vendono il biglietto se non sei riuscito a comprarlo a terra. Unico Campania di unico ha la rottura di cazzo che ti causa quando devi andare da qualche parte coi mezzi pubblici. Voglio partire da Scafati per andare a Rofrano. Per fare una cosa del genere devo cercare in tutte le edicole qualcuno che sappia dirmi di che biglietto ho bisogno e soprattutto che abbia quello del taglio giusto. Se ho la necessità di partire la domenica pomeriggio, Semplicemente mi fotto. In alternativa prendo la macchina per andare a comprare il biglietto ad una stazione ferroviaria, e da noi le stazioni le chiudono al posto di aprirne di nuove, torno a casa a posare l’auto e poi, poi tanto vale che sto già in macchina ci vado direttamente senza farmici mandare da nessuno.
Parto da Nantes in traghetto, viaggio sulla Loira fino a St. Nazzaire. Sono 60km. Arrivato alla fine del viaggio fluviale trovo lo stazionamento degli autobus, leggo Nantes sulla tabella della pensilina, aspetto l’autobus, salgo, pago, mi siedo e dopo un po’ sono di nuovo ‘a casa’. Posso assicurarvi che in Germania non è diverso. Quanto alla repubblica Ceca non saprei.
Ma non è della circumvesuviana che volevo parlarvi. Volevo raccontare un po’ dei mirabili eventi di cui sono quotidianamente testimone, da quando sono in Francia.
Nel paese dei ciechi, chi ha un solo occhio è re
Alloggio in un residence all’estrema periferia ovest di Nantes. Se stessi a Napoli mi troverei tra Giugliano e Quarto. Qui vicino ci sono un grosso centro commerciale, il capolinea della linea 2 del tram, una serie di autolavaggi ed altre cose da periferia. E’ come a Napoli quando esci prendi l’asse mediano ed esci ad Arzano. Le strade sono ampie, piene di rotonde, con i ponti e le rampe dell’autostrada che da tanta parte de l’ultimo orizzonte il guardo escludono. Melito, perimetrale. Intorno ci sono un palazzi non molto alti, di quelli con gli appartamenti affittati abbastanza a buon mercato, a giudicare dalle auto che si vedono parcheggiate. Un sacco di vecchie 205 e 206, qualche Megane, delle Punto. Cavolo vicino questa Golf c’è una vecchia Panda van! Da Melito sto andando a Villaricca.
L’ordine e la pulizia mi danno l’impressione della periferia di Bologna più che di Napoli. Quando da viale Lenin, dove abitavo, andavo verso il Pilastro, mi muovevo in uno scenario simile con la stessa prospettiva. Anche rispetto a Bologna, pero, c’è una bella differenza: la zona, guardandola nel complesso, sembra un enorme parco pubblico. Non che a Bologna manchi il verde rispetto a Napoli, ma qui è diverso. Prati alberi e aiuole infestano tutto a perdita d’occhio. Il verde è ovunque: attorno ai parcheggi, davanti ai palazzi, sotto i piloni dell’autostrada. Anche i binari del tram sono in mezzo al prato. Dei platani costeggiano una strada che potrebbe essere la nostra statale 18. Le auto sfrecciano di giorno e notte, ma tutto avviene con ordine e tranquillità: i pedoni hanno sempre la precedenza, i motorini si fermano dietro le auto, i tram e gli autobus non sono visti come nemici da superare a tutti i costi. Non si puo nemmeno dire che vadano piano. Al bordo della rotonda, vedo tanti copricerchi allineati al marciapiede. Nessuno li vende, ovviamente.
Semplicemente sono stati persi e qualcuno li ha levati dalla strada. Purtroppo nessuno per la mia macchina. C’è un grosso incrocio con un semaforo. Nessuno che cerca di estorcerti soldi, nemmeno con la parvenza di renderti un qualche servigio di sorta. Ma forse è il sole a trarmi in inganno: sono quasi le 22 ed è appena il crepuscolo. Mi pare che nemmeno da noi a quest’ora ci sia gente ai semafori. A calata Capodichino, se c’è qualcuno a quell’ora è in moto e sta li per avvitarsi la macchina di qualche turista che ha sbagliato la strada per l’aeroporto. Continuo a camminare. Sento il rumore dei miei passi sul breccino di questo enorme selciato che divide il prato dalla strada asfaltata. Un cartello dice Zona Commerciale Lè Cardo, ci sono i simboli di una macelleria, una farmacia, un tabaccaio. Ci sono quasi, la fermata del tram non deve essere lontana, del resto seguendo i fili con lo sguardo vedo una pensilina con un orologio ed una macchinetta che sembra un grosso distributore. Dall’altro lato della strada ci sono dei negozi chiusi. Chissà quanto costano le sigarette, mi chiedo. Arrivo alla fermata. C’è una mappa della città, con le linee dei mezzi pubblici in sovraimpressione. Cazzo se è grande. E’ pur sempre la terza città della Francia dopo Parigi e Lione, pari merito con Tolosa. Il tram non passerà fino al 17 agosto: ci sono dei lavori sulla linea ed un autobus seguirà fedelmente il percorso con gli stessi orari. C’è un cartello che lo spiega. E’ solo in francese, ma ci sono dei disegnini che capirebbe anche un bambino. Mi guardo intorno. E’ strano vedere una città semideserta col sole al tramonto, ma del resto alle dieci di sera non c’è molta gente in giro nemmeno per Scafati. Con ben due minuti di ritardo arriva l’autobus. A bordo ci siamo solo io, l’autista, uno skinhead ed una signora apparentemente magrebina con due bimbi. Lo skin mi guarda. Chissà cosa sta pensando. Con la testa rasata e la mia abbronzatura devo sembrare un egiziano o qualcosa del genere. Lui torna alla sua musica; io al mio finestrino. La periferia mi scorre lentamente intorno. Palazzine con finestre fitte, campetti di pallone, qualche giostrina per il piacere dei più piccini. Alcuni energumeni di colore parlano con una ragazzina bionda. Le sono intorno. Cavolo la staranno rapinando e non c’è nessun altro in strada. Un istante dopo lei sorride, li saluta con la mano e corre saltellando giuliva verso un portone. Forse ho visto troppi film americani in cui i ragazzi di colore sono fondamentalmente buoni ma odiano i bianchi. Tag disegnate sui muri si alternano a pubblicità. Su un pannello a led c’è scritto: evita le discriminazioni! Mi sento osservato. Cavolo lo skinhead mi sta fissando di nuovo. Ha un tatuaggio sul braccio. Dice: ‘nullius rei difficilior scientia est’. E’ Seneca. Nulla è di minore importanza per un uomo affaccendato che il vivere: di nessuna cosa è più difficile la conoscenza. Non posso che annuire e tornare alla mia inattività primaria: guardare il paesaggio.
C’è una scuola materna. E’ intitolata a George Brassens. Un simbolo del sistema intitolato ad un poeta anarchico, De Andrè ci scriverebbe una canzone. Poco più avanti c’è una scuola media. Questa è intitolata a Stendhal. Peccato solo che le lettere del nome siano alternate in rosso e nero.
Decisamente su queste cose i francesi non hanno molto buon gusto. Due tipi hippoppastri salgono sull’autobus e vanno verso lo skin. Sono di colore. Stanno guardando l’altro fisso. Anche lui tiene la testa alta e li guarda arrivare. Chissà se verranno alle mani. Ommioddio si salutano facendo lo stesso saluto degli hippoppastri del circoletto! Non posso credere ai miei occhi ora uno dei due ha baciato lo skin sulle labbra. Ma in che razza di posto sono capitato? Ero così in cerca di una periferia violenta che non mi sono reso conto che invece intorno è tutto semplicemente tranquillo. Non è coprifuoco è semplicemente calma. Sembra uno di quei paesini delle alpi, dove va tutto liscio fino a quando una mamma meridionale, ben integrata a detta di tutti, non ammazza il figlio di 3 anni. Il cammino dell’uomo timorato di Dio sull’autobus riprende. Ora siamo alle porte dell’Università. Il gruppetto di skin froci o hippoppastri che siano scende. Lo skin mi passa affianco e mi fa l’occhiolino. Forse mi guardava per qualche ragione diversa dal colore della mia pelle. E’ tutto così strano qui. Chissà se la gente dorme con le porte aperte. Ora che ci penso non ho visto inferriate alle finestre, nemmeno in quella che mi sembrava la zona più degradata che abbiamo attraversato. Comincio a vedere dei cartelli che indicano il centro e dopo un po’, finalmente, la Loira. Dei punk dormono sotto al monumento ai caduti, sulla stessa strada una tipa corre col cane, due ragazzi tornano da una partita di tennis. C’è gente per strada. Tra un po’ mi toccherà scendere e diventare parte del paesaggio. A piazza dei 50 Ostaggi c’è il tram che ci
aspetta. Vedo altra gente per strada. Alcuni ridono, altri semplicemente vanno per i fatti loro. C’è uno che ci sta provando con la tipa col cane, lei ride gli dice qualcosa che fa ridere anche l’altro, poi ognuno riprende la sua vita di prima.
Decido di non salire sul tram e continuare a piedi, del resto piazza del Commercio è a circa un chilometro e mezzo. Scafati Pompei a piedi ai tempi delle scuole medie. La quantità di persone di colore qui è incredibile. Cioè intendiamoci dalle nostre parti sono lo stesso una marea, ma qui vestono bene, nessuno porta buste enormi con roba da vendere e non sembra stiano tornando da una dura giornata di lavoro nei campi o in fabbrica.
La città è pulita, anche se poco illuminata. Continuo a passeggiare. A terra c’è una grossa scritta Libertè. La salto. Un vecchietto seduto su una panchina mi indica ed urla qualcosa. Mi giro intorno, lui continua a parlare con lo sguardo fisso nella mia direzione. Mi indico con aria interrogativa e lui annuisce col capo. Gli dico che sono desolato, non parlo francese, ma solo italiano o inglese. Mi chiede, in inglese, perché ho saltato la scritta. Gli rispondo che non me la sentivo di calpestare una cosa così importante. Si alza per stringermi la mano e mi racconta che l’ha scritta lui. Sta li e vede quante persone ci passano sopra. Fortunatamente mi dice sono in molti quelli che la evitano, per lo più anziani e ragazzi giovani. Sembra che la libertà interessi poco alle persone di mezza età. In Italia siamo schiavi delle persone di mezza età. Gli chiedo che ne pensa di Sarkozy e lui ride. Chissà forse qualcuno mi spiegherà un giorno come funziona la politica in Francia. Finalmente è notte. Sono passate le dieci e mezza. Mi ci vuole una bella bistecca. Ora la mia unica speranza è quella di farmi capire.
Passo vicino ad una serie di ristoranti. Troppo di lusso, troppo bettola, troppi ragazzini, solo arabi. Giro in un vicolo, ecco questo mi piace. Ha un nome lungo due righe, la luce è soffusa, servono bei piatti. Mi avvicino al prezziario esposto. Anche i prezzi sembrano giusti. Entro e saluto la cameriera. Le chiedo se parla inglese, mi risponde ‘poco’. Ci provo in francese. Chiedo un tavolo per uno e lei mi indica l’intero locale, all’interno e all’esterno. Mi siedo fuori. Il cibo non è squisito ma è più che buono. Due cose mi colpiscono. La prima riguarda i posacenere. Quando glielo chiedo, la ragazza mi fa segno di usare la strada, come fanno tutti. La seconda è una mamma con figli al seguito. Il bambino gattona a terra sullo stesso marciapiedi. La vedo alzarsi ed andare verso di lui. Immagino che stia per dargli uno schiaffo e dirgli di non rotolarsi a terra, invece no. Gli fa segno di correre tra le sue braccia, ed ogni due passi del piccolo si allontana di uno ridendo. Mi guardo in giro. Sono l’unico che osserva la scena tra lo stupito e il disgustato. Per gli altri deve essere normale. Predico da mesi che bisogna essere aperti, ma sono ancora pieno di pregiudizi. In un paese di diversi, l’unico diverso sono io. Mi sento come il tipo che imboccata l’autostrada vede un’auto contro mano e pensa ‘cavolo questo è pazzo’. Poi ne vede un’altra ed un’altra ancora, ed ancora un’altra. E solo a quel punto capisce che sono tutti pazzi. Nel paese dei ciechi, chi ha un solo occhio è re. A distanza di una settimana sono giunto alla conclusione che mi sono fatto talmente tanto prendere dal cercare similitudini e differenze da star discriminando tutti indiscriminatamente. E invece l’unico diverso sono io.
Memorie di un commesso viaggiatore
Ascoltavo ieri sera un cantante uno dei tanti
e avevo gli occhi gonfi di stupore
- i've seen many things in this part of the world
nel sentire "Il cielo azzurro appare limpido e regale"
- let me tell you something
(il cielo a volte, invece, ha qualche cosa di infernale)
Strani giorni. Viviamo strani giorni.
Il fine settimana è un po’ noioso quando sei da solo. Puoi essere intalliato quanto vuoi tu, ma il tempo non passa mai. Anche se te ne vai in giro e ti soffermi ad osservare, il fatto di non poter confrontare con altri le tue impressioni immediate rende tutto troppo veloce. Fortunatamente questo fine settimana sono stato automunito quindi spazi e tempi si sono allargati. Venerdì sera sono stato ad un festival abbastanza importante in zona chiamato: Le Celtiques de Guèrande.
I Bretoni sono simpatici. Si sentono diversi ma al contempo integrati. Hanno i cartelli stradali in doppia lingua, ci tengono alle tradizioni, ma non sono azzeccati come gli Scozzesi. Guèrande è un paesino come Gradara: una spessa cinta muraria con torri chiude il cuore della città coi suoi vicoli, un paio di piazze ed un paio di chiese. Paccottiglia per turisti riempie i negozi ed infatti dopo dieci minuti che camminavo avevo quasi deciso di tornare alla metropoli. Poi ho sentito un bel sax suonare in lontananza ed ho deciso di seguirlo. Alle spalle della chiesa più grande, un gruppetto di ragazzi con una batteria una tastiera ed un sax stava suonando un po’ di sano jazz. Mi sono avvicinato. C’era un bar coi tavolini, tutto pieno. Giovani e meno giovani erano seduti a chiacchierare, ascoltare musica e bere birra. Quando ho visto un branco di ragazzi abbigliati in maniera non dissimile alla mia (qui i bermuda mimetici sembrano un must per tutte le persone che vogliono avere una parvenza alternativa), seduti a terra a fumare mi sono sentito a casa. Ho aspettato che due turisti apparentemente inglesi prendessero posto vicino al gruppo più grande, mi sono seduto e mi sono levato le scarpe (il tipo affianco a me si puliva le unghie dei piedi con il coltellino del tagliaunghie). Dopo un po’ è arrivata una cameriera a chiedere se desiderassimo qualcosa… è stato fenomenale. Ho preso una mitica Stella Artois e sono stato un bel po’ immerso nella musica. Nelle pause ho fatto due chiacchiere con i miei vicini che ho scoperto essere irlandesi. Erano lì attirati anche loro dalla musica celtica e, da gente che di celti se ne intende, avevano quasi deciso di andar via quando hanno sentito il jazz. Gli ho raccontato degli sbandieratori di Cava, poi abbiamo parlato del passato dal 500 avanti Cristo alla fine dell’impero romano. Siamo giunti alla conclusione che è normale la decadenza italiana: riprendersi da un passato del genere è troppo difficile. Gli ho chiesto dove sarebbero andati nei giorni seguenti e mi hanno parlato di Carnac. Cavolo avevo una delle più grosse strutture megalitiche a circa un centinaio di chilometri e me ne ero totalmente dimenticato!
Cantava:
- live can be short or long
sento un rumore di swing provenire dal Neolitico
- it depends
dall'Olocene
- where you go at night
sento il suono di un violino
- alone and walking alone in the grey Sunday streets
e mi circondano l'alba
- looking for someone
e il mattino.
- the place was clean well lit
Chissà com'erano allora
- i went in and i said (i supposed to say)
il Rio delle Amazzoni
- whisky please
ed Alessandria la Grande
- the place was clean well lit
e le preghiere e l'amore?
- two men in a corner were waiting
Chissà com'era il colore?
- i saw it from their hands
you look at the hand
not at the face
if you want to stay out of trouble
Mi lambivano suoni che coprivano rabbia e vendette di uomini con clave
ma anche battaglie e massacri di uomini civili.
- looking for someone
L'uomo Neozoico
- where you go at night
dell'era Quaternaria
Strani giorni. Viviamo strani giorni.
- strange days I lived through strange days
Due ore d'auto ci sono volute. Fortunatamente il traffico era scorrevole, ho trovato solo un po' di coda prima dello svincolo per La Baule che è la Paestum Bretone.
Alla fine sono arrivato. E' stato emozionante e deludente al tempo stesso. Emozionante perché si respira un'aria antica, deludente perché sebbene l'area su cui le pietre sono allineate sia molto vasta, le pietre sono, come dire, piccole. Una chiara dimostrazione che le parole creano aspettative. Se pietre del genere fossero chiamati Miniliti e non Megaliti non avrei nulla di cui lamentarmi. E' possibile accedere all'area dei megaliti solo seguendo una guida, questo per evitare che il calpestio continuo dei turisti faccia formare sentieri. Francamente dato che non c'erano guide in inglese ho preferito mangiare una crepes alla crepperia Il Tumulo (che originalità), e tornare al residence. Fortuna che strada facendo abbia deciso di fermarmi un po' in spiaggia: ho visto tante volte il sole affogare, ma nell'Oceano fa un altro effetto. Sarà stato anche grazie alla birra la sigaretta ed un buon pezzo di Battiato insieme a Carmen Consoli, mi sono sentito in un certo senso completo. Il vero peccato sarebbe stato non andare e rimanere col desiderio.
Nella voce di un cantante,
si rispecchia il sole
ogni amata, ogni amante.
I've fallen into raverie
i've dreamed vague outline
the wiskey flowed
sending me into the past
action roll the cameras
the two in the corner didn't say a word
Argomento: Nostalgia. Data: 5 Agosto 2007 Autore: ZioMimmo | |


il Agosto 8th, 2007 alle 17:33
[…] Diario […]