Archive for the 'Letteratura' Category

Caro legislatore (un anno dopo)

Se l’anno scorso le parole di Luciano di Samostata mi sembravano monito perfetto a tutti coloro che proponevano la revisione dei libri di storia, quelle della versione di latino di quest’anno, di Marco Tullio Cicerone, dovrebbero essere prese in considerazione da tutti.
Una delle cose che mi ha insegnato la filosofia è che in ogni diatriba bisogna attaccare le idee non condivisibili e mai le persone che di quelle idee sono portatrici, solo così si può sperare di cambiare veramente le cose. Ma questa è una digressione da intalliato. A voi le parole di quel Marco retore balbuziente (e non è Mansi ndZ).

Cicerone – De Officiis – Libro I – par. 88 e 89
Non bisogna dare ascolto a coloro i quali credono che dobbiamo adirarci fieramente coi nostri nemici e anzi vedono appunto nell'adirarsi il carattere distintivo dell'uomo magnanimo e forte: no la virtù più bella la virtù più degna di un uomo grande e nobile è la mitezza e la clemenza. Negli Stati liberi ove regna l'eguaglianza del diritto bisogna anche dare prova di una certa arrendevolezza e di quella che è solita chiamarsi padronanza di sé per non incorrere nella taccia di inutile e odiosa scontrosità se ci accada di adirarci con ímportuni visitatori o con sfrontati sollecitatori. E tuttavia la mite e mansueta clemenza merita lode solo a patto che per il bene superiore dello Stato si adoperi anche la severità senza la qualenessun governo è possibile. Ogni punizione e ogni rimprovero però devono essere privi di offesa e mirare non alla soddisfazione di colui che punisce o rimprovera ma solo al vantaggio dello Stato. Bisogna anche badare che la pena non sia maggiore della colpa e non avvenga che per le medesime ragioni alcuni siano duramente colpiti altri neppure richiamati al dovere. Soprattutto è da evitare la collera nell'atto stesso del punire: chi si accinge al castigo in preda alla collera non terrà mai quella giusta via di mezzo che corre fra il troppo e il poco via che piace tanto ai Peripatetici e piace a ragione solo che poi non dovrebbero lodare l'ira dicendo che essa è un utile dono della natura. No l'ira è da tenere lontana in tutte le cose e bisogna far voti che i reggitori dello Stato assomiglino alle leggi le quali sono spinte a punire non per impeto d'ira ma per dovere di giustizia

Lectio Dantis

Un cartello indicatore, nuovo di zecca, col paletto tinto di acrilico blu e il riquadro di rosso, portava la scritta alquanto deprimente: “Opera incremento pene infernali (Oipi) zona troppo continenti, o riduttivi, settore 1. Conformismo”.
“In questa zona”, mi disse la mia guida, vergognosamente, come sempre, per il terrore di decadere ai volgari dati di fatto, cosa che inceppava in lui la lingua e gliela sbriciolava nella gola, “in questa zona non vedrà pene, in senso figurativo, come dire… I conformisti piccolo-borghesi hanno compiuto anche, e insieme, peccati più atroci che quello di essere conformisti… Cioè: il conformismo fu la base necessaria dei loro peccati, l’indispensabile premessa.
[...] “Coloro che qui sono condannati, sotto questi cartelli”, spiegò ancora, “non furono dei piccolo-borghesi se non per nascita, per definizione sociale eccetera. In realtà essi avevano, come si dice, gli strumenti necessari per conoscere il loro ‘peccato’, sapevano cioè come non essere conformisti. E invece lo furono”. [...] “In questo luogo”, aggiunse laconicamente la guida, “la sola pena è esserci”. [...] “Tutta questa gente”, disse il maestro, “ha peccato contro la grandezza del mondo quasi per istinto. La riduzione di tutto è avvenuta in loro per una specie di difesa… Ah”, sospirò, “non erano in grado di raccontarsi la grande affabulazione… di fare gli orlandi e i donchisciotti”, e sorrise, fiaccato ancora una volta dalla sua generosa incapacità a usare una lingua corrente, “e così, furono vas di riduzione…” Gli si tese la bocca nel sorriso da discorso da caffè, povero maestro mio, impavido, nell’assunzione a un livello di grande cultura e di grande passione, della banalità. E continuò, per pura gentilezza, per disinteressato amore della conoscenza: “È un peccato nato con la piccola borghesia, dopo la grande industrializzazione, dopo la conquista delle colonie. Prima, la gente piccola era piccola: non voleva esserlo. Insomma… tutta questa gente, per paura della grandezza, è istintivamente mancata di religione. Riduzione, spirito di riduzione, è mancanza di religione: questo è il grande peccato dell’ epoca dell’odio. E infatti in nessun’altra parte dell’inferno vedrà tanta gente. Le masse, amico mio!, che hanno eletto a religione il non voler averne, senza saperlo”. [...]
L’altra sfumatura del peccato della normalità (o della continenza), dopo quella del conformismo, è quella della volgarità. L’accezione di questa parola va forse precisata prima di entrare nel nuovo settore, appunto dei volgari, dietro le sbarre abbassate, con le diavole scontente, dagli occhi obliqui. La volgarità è il momento di pieno rigoglio del conformismo… L’ambiente che si parò davanti ai nostri occhi non era molto diverso da quello che avevamo lasciato. Nel regno delle ombre è naturalmente più difficile cogliere le differenze che ci sono tra Roma e Milano. Ma il verde della campagna e il grigiore del cielo erano quelli del Nord. Dietro la folla. che composta e decente, un po’ provinciale, alzava, cosparso di qualche riso, il suo brusio, si sentiva la grande fossa contadina del Po in magra. In un ambiente simile, a Roma, per esempio in un ricevimento in Quirinale, con la luce sfacciata del pomeriggio che entra dai finestroni, c’è sempre qualcosa di un po’ sporco e levantino per cui il cuore può stringersi. Qui no. Un conformista a Roma, in Quirinale, può anche mostrare, volente o nolente, i suoi punti deboli e le sue miserie… può mostrare, come un lebbroso, le sue piaghe, la sua povera immoralità purulenta, e può perciò suscitare un sorriso o un sospiro di pietà. Invece i volgari del Nord sono morali. Ciò che è repellente in essi è proprio tutto ciò che di lecito e consentito include il loro moralismo di solida tradizione.

Pier Paolo Pasolini – La divina Mimesis

Il Simposio

Il simposio costituisce un momento importante della vita sociale dell’antica Grecia. Il termine si riferisce alla consuetudine di dedicare al vino il tempo che segue un banchetto serale. Il simposio è dunque, così come il banchetto, la riunione di un gruppo di amici, in occasione di eventi importanti all’interno della polis. Il simposio, momento nettamente distinto dal banchetto, si svolgeva seguendo regole precise. Visto il carattere religioso della cerimonia, dopo il pasto i convitati davano inizio al rituale con una libagione offerta agli dei e il canto di una peana1.
Veniva poi preparata, in un cratere, la miscela di acqua e vino dal quale i coppieri attingevano la bevanda da versare nei calici dei convitati. Le porzioni della miscela, il numero di coppe da bere oppure se si potesse bere liberamente, così come gli intrattenimenti da intercalare al vino, erano decisi dal simposiarca.
L’attività del simposio, infatti, non si esauriva nella consumazione del vino: se già dall’età arcaica gli aedi intonavano i loro canti durante i banchetti, in tempi storici gli intrattenimenti variavano dal gioco, alla conversazione, al canto (da parte degli stessi convitati), di poesie composte per l’occasione o improvvisazioni poetiche nelle quali si attingeva liberamente al patrimonio della poesia tradizionale. Grazie all’ampio spazio riservato alla poesia ed alla conversazione, il simposio era la sede nella quale si producevano e si conservavano i valori del gruppo dirigente di una polis, mentre la presenza di giovani conferiva alla riunione un valore educativo. Il significato della riunione, dunque, andava ben al di là del vino: produzione e trasmissione della cultura, riflessione e progettazione politica avevano nel simposio una sede privilegiata.2

Organizziamo un Simposio canonico nelle prossime settimane? Qualcuno si propone per recitare poesie o leggere brevi saggi? Io mi occupo volentieri del vino…….

  1. canto corale propiziatorio dedicato ad Apollo []
  2. Da Il simposio nella Grecia antica, introduzione al Simposio di Platone, a cura di Angelica Taglia – ed. Laterza []

Pensieri

“Una lettera, nel momento in cui la infili nella busta, cambia completamente. Finisce di essere mia, diventa tua. Quello che volevo dire io è sparito. Resta solo quello che capisci tu.”
Cathleen Schine

Sarà per questo che non si scrivono più cose destinate a durare?

Buon 2009!

Parola di Nobel

Qualche giorno fa è venuto a mancare il drammaturgo inglese Harold Pinter. Di seguito, il discorso che tenne quando gli fu consegnato il Nobel per la letteratura nel 2005.

Dove e’ andata a finire la nostra sensibilita’ morale? O forse non l’abbiamo mai avuta? Che significano queste parole? Si riferiscono forse a un termine oggi raramente impiegato: la coscienza? Una coscienza che riguarda non solo le nostre proprie azioni, ma anche la responsabilita’ che abbiamo in comune con le azioni di altri? O forse queste sono tutte cose morte? Guardiamo alle carceri di Guantanamo: centinaia di persone in galera da piu’ di tre anni senza accuse, senza una difesa legale e senza il processo cui hanno diritto, tecnicamente detenute per sempre. Questa struttura completamente illegittima viene mantenuta a dispetto della Convenzione di Ginevra, e non solo viene tollerata, ma la cosiddetta ‘comunita’ internazionale’ la prende appena in considerazione. E questa violazione criminale viene commessa da un paese che dichiara di essere ‘la guida del mondo libero’! E a quelli che stanno a Guantanamo, ci pensiamo? Cosa ne dicono i mezzi d’informazione? Ne accennano qualcosa di tanto in tanto in un piccolo trafiletto a pagina sei. E quei poveretti sono stati relegati in una terra di nessuno dalla quale probabilmente non torneranno mai. Attualmente molti di loro che per reagire non hanno altro che lo sciopero della fame vengono alimentati a forza, compresi alcuni residenti britannici. E questa procedura della alimentazione forzata viene effettuata senza riguardi: niente calmanti ne’ anestetici. Vi cacciano un tubo nel naso o nella gola, e voi vomitate sangue. Questa e’ tortura! Che ne dice il Ministro degli Esteri inglese? Niente. Che ne dice il Primo Ministro inglese? Niente. E perche’? Perche’ gli Stati Uniti gli hanno detto: ‘criticare la nostra condotta nella baia di Guantanamo costituisce un atto non amichevole: o siete con noi, o siete contro di noi’. E cosi’ Blair sta zitto.

L’invasione dell’Irak e’ stata un’azione da banditi, un’azione di sfacciato terrorismo di stato che ha mostrato totale disprezzo per i dettami delle leggi internazionali. L’invasione e’ stata un’azione militare arbitraria ispirata da una serie di menzogne su menzogne e da una grossolana manipolazione dei mezzi di informazione e quindi del pubblico; e’ stata un’azione mirante a consolidare il controllo militare ed economico americano del Medio Oriente mascherandolo, come ultima risorsa, da ‘liberazione’, essendo falliti tutti i tentativi di giustificarlo altrimenti. E’ stata una colossale affermazione di forza militare che ha causato la morte e la mutilazione di migliaia e migliaia di persone innocenti.

In Irak noi abbiamo introdotto la tortura, le bombe a grappolo, l’uranio impoverito; abbiamo compiuto innumerevoli atti di assassinio a casaccio; abbiamo apportato al popolo iracheno la miseria, la degradazione e la morte; e abbiamo chiamato tutto questo ‘portare nel Medio Oriente la liberta’ e la democrazia’.

Quante persone dovreste ammazzare prima di venire qualificati assassini di massa e criminali di guerra? Centomila? Sarebbero piu’ che sufficienti, direi…

Se ci guardiamo allo specchio pensiamo che l’immagine che abbiamo di fronte sia quella giusta. Ma se appena ci muoviamo l’immagine cambia, perche’ in realta’ noi stiamo guardando una infinita serie di riflessioni. E uno scrittore, talvolta, deve rompere lo specchio, perche’ e’ da dietro lo specchio che la verita’ guarda verso di noi.

Ritengo che fra le tante cose che esistono al mondo, una ferma determinazione intellettuale di noi cittadini – incrollabile e senza incertezze – che miri a definire la realta’ vera delle nostre vite e delle nostre societa’, costituisca un obbligo tassativo che riguarda tutti noi e al quale non possiamo sottrarci.

Ma se tale determinazione non entra a far parte anche delle nostre opinioni politiche non vi e’ speranza che venga ristabilito cio’ che per noi e’ ormai cosi’ prossimo a perdersi: la dignita’ dell’uomo.