Prolegomeni ad ogni logica futura che si prefiguri come scienza umana

In un famoso saggio dal titolo Il riccio e la volpe, Isaiah Berlin interpreta in un modo molto interessante il famoso verso del poeta greco Archiloco: la volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande.
Se ad una prima lettura questo verso può essere interpretato pensando al fatto che la volpe, nonostante la sua furbizia, può molto poco contro l’unica difesa del riccio, l’immagine dei due animali può essere adottata, in senso figurato, per classificare gli esseri umani in due grandi categorie. Berlin afferma: esiste un grande divario tra coloro che, da una parte, riferiscono tutto a una visione centrale, a un sistema più o meno coerente e articolato, con regole che li guidano a capire, a pensare e a sentire un principio ispiratore, unico e universale, il solo che può dare un significato a tutto ciò che essi sono e dicono e coloro che, dall’altra parte, perseguono molti fini, spesso disgiunti e contraddittori, magari collegati soltanto genericamente per qualche ragione psicologica o fisiologica, non unificati da un principio morale o estetico.1 Le persone del primo tipo sarebbero ricci, le altre volpi. Personalmente amo le classificazioni, ma non ho mai amato le divisioni in classi. Ogni volta che cerco di classificare qualcosa mi sorge il dubbio che sia io a vedere una relazione piuttosto che quella ad esistere. Ai ricci di Berlin, quindi, preferisco i più universali porcospini di Schopenhauer.
Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.2 I porcospini di Schopenhauer sono chiara immagine della condizione di tutti gli uomini, perennemente confusi tra due mali: il Freddo e il Dolore, continuamente sballottati fra giusto e sbagliato, fra amore e passione, fra la libertà di agire e le conseguenze dell’azione.
Alla fine, volpi, ricci, porcospini o palmipedoni, il dilemma è tutto lì, in quell’amletica antinomia che ostinatamente ci rifiutiamo di guardare e ci schiaccia col nostro stesso peso, coi suoi serpenti che si mordono la coda, con se sue mele da raccogliere da alberi proibiti, coi suoi passaggi dall’essere al dover-essere.
Se vi state chiedendo quale sia il nesso tra queste due storie, quello che state facendo è cercare una relazione…
Nel caso particolare la relazione sono io. Che Il gioco salvi tutti…

  1. Il riccio e la volpe, Adeplhi, Milano 1998, pp. 71-72 []
  2. A. Schopenhauer, Parerga e Paralipomena, II, 2, cap. 30 []

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