Il signore con la sigaretta che sta parlando è tale Leonardo Sciascia…
Monthly Archive for luglio, 2009
E’ di qualche giorno fa un articolo del Guardian, riportato su Punto Informatico di oggi, che parla di come un computer fatto di batteri invece che del solito silicio, riesca a risolvere un complesso problema matematico. Il problema in questione, tra l’altro, è il più complesso tra i possibili problemi computazionali: si tratta del problema del commesso viaggiatore, un problema classificato come NP-hard.
La cosa interessante è che il funzionamento di queste macchine a batteri è tale che la complessità del problema non influisce radicalmente sul tempo della sua soluzione, al contrario di ciò che accade nei computer classici. Ecco, per chiarezza, un breve esempio. Il problema del commesso viaggiatore consiste nel trovare il percorso che partendo da una città permetta di tornare alla stessa, visitando altre città una sola volta e coprendo la minore distanza possibile. Ebbene risolvere un problema simile con una decina di città significa, per un computer tradizionale, fare circa quattro di milioni di confronti (se le città sono 14 i confronti arrivano ad essere 43.589.145.600 ossia 14!/2), mentre un computer a batteri potrebbe sempre risolverlo in una sola mossa, aumentando semplicemente il numero dei batteri. Dall’altro lato, anche aumentando il numero di CPU che concorrano alla soluzione del problema il numero di confronti da effettuare resterebbe invariato…
La cosa interessante è che i dati e il metodo risolutivo del problema sono scritti all’interno del DNA dei batteri stessi che semplicemente riproducendosi scrivono la soluzione nel DNA dei batteri figli… Quando ho letto quest’articolo ho espresso le mie perplessità a Poltiglia, il mio amico immaginario, il quale mi ha risposto pressappoco così:
Considerato che la memoria di voi stupidi umani, col suo insieme complesso di relazioni tra informazioni, può essere sempre tradotta in una struttura a grafo – www.thebrain.com – come già il filosofo pragmatista americano C.S. Peirce aveva teorizzato all’inizio del secolo scorso ed i problemi sui grafi sono quelli che rappresentano meglio i problemi “naturali” e quelli che le vostre creature di silicio hanno più difficoltà a risolvere (in termini di tempi di computazione ndZ), ogni intelligenza artificiale batterica ha esattamente le potenzialità di ogni intelligenza umana.
A quel punto mi sono ricordato che anche noi abbiamo un problema ed un po’ di dati codificati nel nostro DNA… e il cerchio si è chiuso: il mezzo è messaggio, dunque la prossima volta che mi arriva un telegramma leggerò il postino (cinese).
In un famoso saggio dal titolo Il riccio e la volpe, Isaiah Berlin interpreta in un modo molto interessante il famoso verso del poeta greco Archiloco: la volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande.
Se ad una prima lettura questo verso può essere interpretato pensando al fatto che la volpe, nonostante la sua furbizia, può molto poco contro l’unica difesa del riccio, l’immagine dei due animali può essere adottata, in senso figurato, per classificare gli esseri umani in due grandi categorie. Berlin afferma: esiste un grande divario tra coloro che, da una parte, riferiscono tutto a una visione centrale, a un sistema più o meno coerente e articolato, con regole che li guidano a capire, a pensare e a sentire un principio ispiratore, unico e universale, il solo che può dare un significato a tutto ciò che essi sono e dicono e coloro che, dall’altra parte, perseguono molti fini, spesso disgiunti e contraddittori, magari collegati soltanto genericamente per qualche ragione psicologica o fisiologica, non unificati da un principio morale o estetico.1 Le persone del primo tipo sarebbero ricci, le altre volpi. Personalmente amo le classificazioni, ma non ho mai amato le divisioni in classi. Ogni volta che cerco di classificare qualcosa mi sorge il dubbio che sia io a vedere una relazione piuttosto che quella ad esistere. Ai ricci di Berlin, quindi, preferisco i più universali porcospini di Schopenhauer.
Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.2 I porcospini di Schopenhauer sono chiara immagine della condizione di tutti gli uomini, perennemente confusi tra due mali: il Freddo e il Dolore, continuamente sballottati fra giusto e sbagliato, fra amore e passione, fra la libertà di agire e le conseguenze dell’azione.
Alla fine, volpi, ricci, porcospini o palmipedoni, il dilemma è tutto lì, in quell’amletica antinomia che ostinatamente ci rifiutiamo di guardare e ci schiaccia col nostro stesso peso, coi suoi serpenti che si mordono la coda, con se sue mele da raccogliere da alberi proibiti, coi suoi passaggi dall’essere al dover-essere.
Se vi state chiedendo quale sia il nesso tra queste due storie, quello che state facendo è cercare una relazione…
Nel caso particolare la relazione sono io. Che Il gioco salvi tutti…
