Ingiallite pagine di diario
Estratto dal mio diario.
Fine Agosto 2007
Lo sfregare delle zampe delle cicale produceva un suono martellante, cacofonico nella sua normale naturalezza, un richiamo per i loro simili, un fastidio che copriva i miei passi. Tutti uguali eravamo vestiti, con quegli indumenti della stessa fantasia mimetica, le cuciture alle stesse parti, le maniche risvoltate allo stesso modo, i capelli rasati, la barba curata o assente. Parlavamo del più e del meno, cosa che non si potrebbe fare mentre si è in pattuglia, ma sai, perdere un pò di tempo di quelle tre ore, obbligati a passeggiare tra missili e radar, con quattro chili e mezzo di ferraglia in mano, non avrebbe poi fatto male a nessuno di noi.
Ero in testa a questo gruppetto di quattro persone, più che altro me ne stavo per i fatti miei, come sempre in quel periodo un pò altalenante; qualche volta annuivo, qualche volta dicevo la mia o semplicemente mi limitavo ad ascoltare le disavventure amorose di alcuni di loro. Anche quello ci rendeva simili, fin troppo per i miei gusti… ci tengo a mantenere una mia identità unica, meno punti di incontro ho con le avventure/disavventure altrui e più posso vantarmi di aver fatto, visto, detto e provato emozioni difficilmente ripetibili. Sotto sotto lo si sa che sono un romantico.
Alzai gli occhi alle stelle, fin troppo chiare in quella notte, la luna aveva la sua solita espressione di sgomento e terrore se la si osserva col capo appena inclinato verso destra. Con il pollice e l’indice della mano sinistra alzai il berrettino, tirandolo per la visiera morbida, passando poi il dorso della stessa mano ad asciugare il sudore. Rimisi a posto il berretto e, con un gesto davvero poco fine, asciugai la mano sul fianco, fasciato sempre dalla mia mimetica.
Rallentai di poco i passi, mentre salivamo sul terrapieno dove erano allocati due radar per le lunghe distanze: sono esattamente come li si vede nei film, due ali metalliche, che si incontrano in una grossa asta al centro, che convogliano le informazioni che “scivolano” sulla loro superficie concava.
Gli altri miei amici mescolavano i loro dialetti, parlavano di farsi foto vicino al radar, inscenando posture da Vietnam e facendo impettite e sorridenti foto di gruppo come se avessero appena portato le merendine ai bambini denutriti dell’ Africa, con gli addomi rigonfi di vuoto, le dita alle labbra secche di caldo e le mosche negli occhi.
Evitai di guardare sul display di quel cellulare il fiero risultato di un obiettivo da 1.3 megapixel, decidendo di fare il giro di quell’ apparato radar ad impulsi.
Dovete sapere che quei macchinari sono protetti per tre punti cardinali su quattro, da un piccolo muretto, frutto delle bestemmie e della scocciata manodopera di qualche militare di leva che parecchi anni addietro aveva calcato il terreno di quel sito missilistico. Ed il risultato era evidente.
La parte non coperta era occupata da una stradina in asfalto che, dalla base del terrapieno, saliva e poi si apriva a ” T “, una parte andava fino al primo radar, l’altra parte andava fino all’ altro. Gli apparati erano messo l’uno di fronte all’ altro, sullo stesso asse.
Questo sito missilistico è protetto da una misera recinzione in ferro e fil spinato e da numerosi cartelli che tengono a precisare ai più sbadati che noi dentro siamo armati e sorvegliamo quella zona militare. Ancora mi chiedo quanto può far terrore un cartello arrugginito, delle parole su sfondo giallo e il disegnino molto stilizzato di un militare vecchio stile che ti punta un Garand contro; anche perchè i Garand non sono più in dotazione all’ esercito italiano.
Nel frattempo avevo compiuto il giro di quel muretto, mentre la Luna soffiava via dal suo sguardo, una solitaria nuvola, che occludeva la visuale verso la Terra.
Richiamai i miei amici, mentre dirigemmo i nostri pesanti passi di gomma e tessuto anfibio verso l’altro radar; questo apparato invece è uno di quelli che usano fasci di microonde per intecettare i velivoli. La zona li attorno è piena di cartelli che intimano di non sostare per più di cinque minuti. Questo solo per farci capire che le radiazioni che, seppur in minime dosi al giorno, ci prendiamo li dentro, busseranno prepotentemente alla porta dei nostri polmoni tra quarant’anni, portando in braccio un piccolo cancro e il risultato dell’ analisi del DNA, che attribuisce sicuramente a noi e allo stimato Esercito Italiano, la paternità di quel pargoletto maligno.
Sorrido e faccio spallucce, come più della metà delle persone fanno li dentro, quando posano lo sguardo su quel cartello; mi volto indietro e mi fermo ad aspettare il capopattuglia e gli altri due gregari che avevano rallentato per vedere le foto di un nostro maresciallo che si scopava a smorzacandela la signora della mensa, mentre questa avvenente donna portava sulla testa un elmetto tattico in kevlar. Strani tizi questi marescialli.
Ed ora capisco perchè adesso in mensa ci sono solo ultracinquantenni signore dalle…selezionate qualità fisiche e dalla loquacità di un autistico nel Grand Canyon. Le uniche cose che riescono a dire sono “Bigliettino, per favore!!” oppure “Ce lo metto il formaggio?” con la stessa voce di un parcheggiatore abusivo provato da almeno trenta anni di MS Senza Filtro.
Portai le mani alle tasche abbandonando il fucile, che ora si reggeva unicamente per la bindella che mi fasciava le spalle e il petto, estraendo poi il mio fedele pacchetto di lucky strike e l’accendino della Smoking, con su disegnato il Jolly Joker. Portai la sigaretta alle labbra mentre ancora sorridevo, ripensando all’ audace maresciallo e alla troia del vettovagliamento; la rotellina girò un paio di volte in scatti secchi, poi la pietrina diede la scintilla necessaria per accendere la fiamma e quindi, il tabacco all’ estremità lontana della sigaretta. Una boccata, poi fumo grigiastro in forme cangianti, che si contorcevano tra di loro; tenni gli occhi semichiusi, quelle boccate li e le ultime sono quelle che solitamente ti sparano il fumo negli occhi. Voltai lo sguardo verso la città diversi kilometri più in là ed erano luci intermittenti nel buio delle 3.17 della fredda e umida notte militare; da lontano quella scena mi dava l’idea di brillanti, punti luce e diamanti su velluto nero, ondulato.
Solo ora riuscii a scorgere una auto nera che, lasciato lo sterrato fuori il sito, si avventurava in un simpatico fuori pista, verso la recinzione perimetrale.
“Ehi raga, qualcuno avrà bucato una ruota, quello li sta facendo off road con una citroen”. Gli amici miei si voltano verso l’ uomo del rally che, forse non avendoci ancora visti, si accosta con molta calma alla recinzione e li rimane.
Discutiamo sul da farsi, in teoria è vietato sostare o passare a meno di venti metri dal perimetro, ma forse è veramente qualcuno che ha bisogno di aiuto.
La prima porzione di cenere non ebbe il tempo di lasciare la parte infuocata della mia sigaretta e toccare terra che l’ omino del rally venne affiancato da altre tre persone, vestite di scuro e con i volti coperti da passamontagna o da caschi integrali. Li capimmo che non aveva forato affatto.
Erano seduti sulle portiere dell’ auto, finestrini abbassati e le loro mani, puntate verso di noi, reggevano pistole. Tante pistole.
Il terzo tiro di sigaretta mi rimase soffocato in gola, lo tossii fuori prima di urlare “GIU’!!!”.
Ci buttammo a terra nel modo più casuale possibile, incurante di distruggerci le ginocchia o i fianchi, senza tutte quelle procedure marziali che ci avevano insegnato in mesi e mesi di addestramento individuale al combattimento. Fanculo, chi ci ando’ peggio si tirò la maniglia di trasporto del fucile sotto al mento ma, pensando all’ alternativa sputata fuori dalle pistole di quella gente, il dolore alle gengive era solo un piacevole sollievo. Iniziammo a rotolare come foglie in autunno, cercando un riparo consistente e tanta, tanta fortuna. Riuscimmo a coprirci dietro quei muretti che coprono i radar.
La pressione dell’ indice sulla leva di sparo, comunemente chiamata grilletto, permette, ad un’ arma armata, che il cane batta sullo spillo percussore che a sua volta colpisce il centro perfetto del fondello del proiettile; avviene quindi una deflagrazione, per mezzo dell’ innesco di una minicapsula contenente fulminato di mercurio, che fa esplodere la polvere da sparo. I gas e la potenza prodotta fanno in modo che l’ ogiva, la punta del proiettile, venga proiettata verso il vivo di volata o canna dell’ arma e quindi espulsa fuori, seguendo la traiettoria che l’allineamento del tuo occhio alla tacca di mira con il mirino e con il bersaglio, ha prodotto.
Bene, tutte queste cazzo di ogive schizzavano nella nostra direzione, scheggiando il muro, facendo saltare via pietre e pezzi di terreno.
Il tremolio delle mie ginocchia poteva avvertire un Tremors in soggiorno vacanza alle Barbados della mia presenza li.
In quelle situazioni, dopo che hai realizzato che qualcuno sta tentando di farti il culo per una qualche ragione che è meglio non sporsi dal riparo e chiedere, senti l’adrenalina venir pompata nelle vene più del sangue; ti si accellera il cuore, il fiato si fa pesante nel petto.
Dei sensi puoi fare a meno:
il gusto è impastato dai sassolini e dal terreno;
il tatto è gelato dalla temperatura normale del fucile;
la vista è annebbiata dalla polvere e dalle scheggie di muro;
l’udito viene sostituito da un continuo “biiiip”, come quando anni fa sulla rai si perdeva il segnale video;
l’olfatto viene inondato dall’ odore della polvere da sparo, che per quanto bello sia, dopo un pò ti brucia le narici.
Guardare gli altri non serviva a nulla, tutti avevano la stessa faccia terrorizzata e spaesata. Prima di essere militari erano pur sempre dei ragazzi appena diplomati che l’unica cosa che avevano visto lanciarsi contro erano dei simpatici aereoplanini di carta durante le lezioni. Per l’ennesima volta eravamo tutti uguali, terrorizzati. All’ unisono armammo i fucili, sapendo che appena avessimo esploso anche un solo proiettile la bacata legge italiana ci avrebbe cacciato nei guai, per la regola è meglio un processo in più che un morto che fa parlare la stampa. Non avevamo la radio con noi perchè uno di quelli prima di uscire aveva esclamato “ma vabbè ci andiamo a fare quattro passi, cosa vuoi che succeda”. Ci aveva portato più sfortuna di un gobbo che, il giorno venerdì 17, lanciando dal sesto piano uno specchio, rovescia il sale su un tavolo piazzato esattamente sotto una scala.
Rimanemmo li, rannicchiati, sperando che nessuno di quei proiettili avesse perforato il muretto di protezione, fino alla fine dei caricatori.
Una sgommata, e via, l’auto ripartii e noi non potevamo far altro che rimanere in attesa, giusto il tempo di riprendere l’uso delle gambe. Ci sollevammo appena, mi affacciai e li vidi andar via, effettivamente. Ripresi fiato e guardai dritto negli occhi ognuno dei miei amici; se tutto fosse andato storto non sarei riuscito nemmeno a ricordarmeli, non avrei potuto dire altre mille parole alle persone a cui voglio bene, sparse per l’italia e dalle mie parti.
Assurdo come tutto possa cambiare in pochi secondi, eppure mi era capitato di subirla spesso una cosa del genere ma viverla, davvero, è qualcosa di sconvolgente.
Baciai il frutto di tante bestemmie e scocciata manodopera di vecchi militari di leva.
Tornai in camera e scrissi questo, in altre situazioni non avrei perso tempo sullo scrivere o meno una pagina di diario perchè ero certo che avrei potuto farlo in ogni momento.
Questa sera invece, posso farlo.
Cb
Argomento: 'a guerr', Vida Loca. Data: 23 Settembre 2007 Autore: Cb | |


