Questione di versi
Penso che ognuno di noi abbia un verso che gli è particolarmente caro. Un verso in grado di innescare una reazione a catena di pensieri e ricordi. Un verso che è alla base di una piramide di emozioni, per altezza fratto due. E’ possibile viaggiare usando come punto di partenza un verso?
Me ne andavo un mattino a spigolare, quando ho visto una barca in mezzo al mare è forse la coppia di versi che ha colpito di più la mia fantasia negli anni dell’adolescenza. Me ne andavo un mattino evoca sensazioni senza tempo, di perenne ritorno dell’uguale. Uguale come le albe di tutti i giorni possibili. Spigolare e come per magia i miei pensieri corrono veloci su campi di biondo grano. Paesaggi bucolici pian piano mutano sfumando in colline erbose. Un pastore rubizzo sucutea con un bastone un tipo che sta prendendo a calci una capra, ma questa è un’altra storia. La mente continua a volare, e le colline alberate cedono il passo ad ampie distese boscose. Ora sono in alto, sulle montagne e poi, velocemente, sempre più giù a raggiungere l’elemento che sebbene mi affascini, è quello che mi è meno congeniale: il mare. Le onde, la spuma. Grossi cumuli di nubi di un grigio carico si stagliano all’orizzone. E’ possibile spingersi oltre? Giusto, in mezzo al mare c’era una barca. C’era una barca, anzi no, c’è una barca. Ma perché solo una? Ci sono tre caravelle con a bordo uno spagnolo, un portoghese e un napoletano. No meglio lasciar stare i vecchi lupi di mare. Tre caravelle e l’oceano è tuo. L’oceano. Immenso, maestoso. Con le sue onde tanto grandi da sembrare colline note a chi è cresciuto tra noi non meno del volto dei suoi familiari. Sempe caro mi fu quest’ermo colle, dove il mio corpo fanciulletto giacque, quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, al ribollir dei tini, l’anima a rallegrar, onde siccome suole ornare il dì di festa il petto e il crine.
Ma ora ho raggiunto l’apice. Ho quasi deciso che il mio verso preferito è un altro. Ma dato che mentre cercavo di ricordare il resto della poesia ho dimenticato anche quello (mi sembrava poco cortese nei confronti degli altri versi bruciati), quasi quasi lascio tutto com’è e vado a dormire. Morire, dormire, nulla più. Piuttosto secondo voi è più giusto sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prender l’armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli? Questo è il problema. Ma poi perchè? Entrambe le vie sono giuste, non c’è una scelta corretta. Dipende solo da uno com’è fatto. C’è chi lotta e chi sopporta. Non c’è tutto questo dualismo come potrebbe esserci tra essere e non essere. Alla fine la traccia del problema più bello al mondo è sbagliata… vi rendete conto? Vabbè fortuna che me ne sono accorto, almeno d’ora in avanti potremo pensare a qualcosa di più costruttivo.
Argomento: Filosozia, Intalliamiento. Data: 16 Giugno 2007 Autore: ZioMimmo | |




